FATTO A MANO presenta Matilde Sambo: Il corpo come strumento, memoria e atto di cura del linguaggio - ep. 02
In questo secondo appuntamento della nuova stagione di Fatto a Mano, entriamo nel cuore pulsante di Murano per esplorare lo studio e la visione dell’artista Matilde Sambo. Attraverso un dialogo che intreccia biologia, evoluzione e pratica artistica, Matilde ci conduce in un territorio dove il confine tra umano e animale si dissolve, lasciando spazio a una narrazione viscerale fondata sulla consapevolezza organica.
Dal montaggio video inteso come modellazione digitale al mettere le “mani in pasta" nella scultura, l'artista racconta la sua necessità di un approccio materico che sia, al tempo stesso, strumento di cura e archivio di memoria. Al centro della puntata, il concetto di “mani liberate" quel momento evolutivo in cui l'arto smette di essere locomozione per farsi gesto creativo e curativo.
Tra riflessioni sugli stati di dormiveglia e il legame profondo con il ritmo naturale della laguna veneziana, l’intervista delinea il profilo di una ricerca che non si limita a occupare lo spazio, ma invita lo spettatore a riposizionarsi fisicamente e sensorialmente di fronte all'opera.
Martina: Siamo qui con Matilde Sambo, laureata in Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia. Ha partecipato a progetti e residenze artistiche nazionali e internazionali e, attraverso la scultura, il video, la performance e il suono, crea narrazioni capaci di dialogare con il corpo umano e animale non-umano.
Ti chiediamo, com’è iniziata la tua pratica artistica e il conseguente avvicinamento ai materiali che utilizzi? Inoltre, tuo padre artista e musicista di rilievo, ha esercitato un’influenza sulla tua sperimentazione di linguaggi come il suono, il video e il field recording. Cosa ti affascina di queste pratiche espressive?
Matilde: Ciao, intanto grazie per essere qui con me in studio a Murano. Credo che il legame tra i vari materiali e i linguaggi che utilizzo si sia sviluppato in maniera molto organica fin dagli inizi, da quando ho cominciato a pormi la domanda su cosa significhi essere un artista. Credo sia importante, soprattutto oggi in Italia, vedere questa attività come una professione.
Il discorso legato alla familiarità con l’ambiente è stato molto naturale; non ho mai avuto dubbi su questa strada grazie al contesto in cui sono cresciuta: entrambi i miei genitori hanno sempre lavorato in ambiti legati all’arte e alla cultura, tra cinema, teatro e musica. Gli stimoli che ho ricevuto mi hanno dato un’idea di percezione dell’intorno. Posso ringraziare l’ambiente, umano e non umano, in cui sono cresciuta.
L’avvicinamento ai differenti linguaggi è avvenuto in modo graduale: ho iniziato con il video, quindi l’immagine in movimento è stata il mio primo approccio. La necessità era quella di creare narrazioni, di raccontare storie. Il vero “click”, però, è scattato con il montaggio: mi sono resa conto che l’editing è una forma di modellazione. Da qui c’è stato un passaggio spontaneo verso una dimensione più materica; ho sentito il bisogno di una modellazione fisica, di un fare con le mani, motivo per cui da circa sei anni mi sono avvicinata alla scultura.
Tutta la costruzione della mia ricerca e della sperimentazione linguistica la devo sia all’ambiente familiare, sia ai contesti che ho frequentato, come le residenze e gli studi condivisi. Credo fermamente che il lavoro dell’artista sia solitario e legato all’interiorità, ma vada sempre controbilanciato dal dialogo. Il motore è la curiosità nel rapporto con gli altri, anche con persone che non vengono dal mondo dell’arte ma che possono offrirti un’apertura su ciò a cui stai lavorando. Ad esempio, con una cara amica scrittrice mi ritrovo spesso a ragionare fino a notte fonda sul mondo circostante; solo chi ha una visione aperta può darti feedback preziosi.
L’aver iniziato a “mettere le mani in pasta” a livello scultoreo è avvenuto proprio perché condividevo lo spazio con altri artisti. Non avrei mai pensato di fare scultura quando facevo video, ma ho trovato punti di contatto nel bisogno di modellare e creare visioni che ponessero lo spettatore di fronte all’opera in modo tridimensionale, non più solo frontale. Anche il suono è fondamentale: lavorando con il video ho iniziato presto a interfacciarmi con l’audio. In questo senso, ho avuto un’educazione all’ascolto, non solo di musica, ma di voci e suoni che mi ha permesso un’apertura sensoriale che mi accompagna ancora oggi.
Martina: Quali sono i processi che adoperi per la creazione di un’opera e come scegli di adottarli, che si tratti di scultura, performance, video o suono?
Matilde: L’animale è l’umano e l’umano è l’animale. Parto sempre da questa consapevolezza, che considero una realtà naturale imprescindibile che spesso dimentichiamo o da cui cerchiamo di fuggire. Credo che rendersi conto che il nostro corpo è animale dovrebbe essere un mantra quotidiano, per non trasformarsi in qualcosa che va “oltre” il non-umano in senso negativo. Fuggire da questa naturalità ci allontana da ciò che ci rende esseri umani. In questa consapevolezza risiede l’ascolto dell’altro, inteso come ascolto di tutte le specie.
Tutta la mia ricerca esplora il rapporto con il corpo e con l’ambiente attraverso la percezione. Chiaramente i sensi sono soggettivi: ciò che io vedo e sento è diverso da ciò che vedi e senti tu, in un rapporto di frequenze differenti. Il mio approccio con l’animale è di riconoscimento: riconoscersi nell’essere animale per riconoscere la presenza e la differenza del corpo dell’altro.
Martina: La performance e la video installazione Quando le mani furono liberate (2018) riflettono la relazione tra mente, corpo e memoria. Che rapporto hai con questi tre elementi?
Matilde: Mi fa piacere parlare di questo lavoro, perché pur essendo “vecchio” e presentato solo una volta (durante un Open Studio in via Farini a Milano), riassume molti aspetti della mia ricerca. In quell’occasione ho portato un’effettiva esperienza di cura, offrendo agli spettatori un massaggio terapeutico di riflessologia palmare e plantare.
Il titolo si riferisce al processo evolutivo: quando siamo diventati bipedi, le mani si sono liberate dalla funzione di locomozione per diventare strumenti. Strumenti che costruiscono altri strumenti, ma anche strumenti intrinseci di cura. Nella riflessologia, manipolando un punto del palmo non tocco solo la mano, ma agisco di riflesso su fegato, ossa o occhi. Nella visione orientale il corpo è un tutt’uno, non c’è frammentazione. In Occidente, invece, tendiamo a vedere l’interno solo quando il corpo viene “aperto” chirurgicamente o ferito.
Oggi sto ragionando molto sull’anatomia e ho ripreso a disegnare. Il disegno anatomico permette di vedere questa “macchina” complessa, fragilissima ma potente, in modo distaccato: interno ed esterno allo stesso tempo.
Tornando alla tua domanda, per me è un riconoscersi nel corpo. È interessante notare come noi, come specie, non abbiamo un apparato specialistico organico per sopravvivere in un ambiente specifico come altri animali. Eppure, nonostante questa deficienza organica, siamo in grado di vivere ovunque grazie alla nostra capacità di adattamento e al fatto che le mani si sono liberate. Spesso si pensa che il cervello si sia evoluto per primo, ma studi antropologici suggeriscono il contrario: è stata l’evoluzione corporea la posizione eretta, l’allungamento della colonna e la liberazione delle mani a permettere al cervello di svilupparsi. Le mani sono tatto, l’unico senso che si estende attivamente verso l’altro per poi tornare a sé.
“Nella visione orientale il corpo è un tutt'uno, non c'è frammentazione."
Martina: Quanto il corpo, inteso come strumento e archivio di memoria, influisce sul modo in cui costruisci il tuo lavoro?
Matilde: È un rapporto sfaccettato. Mi interessa il paradosso di una forma organica inadeguata che però riesce a costruire e adattarsi. Esiste una memoria muscolare, una memoria del corpo e una della mente.
Uno dei miei ultimi progetti, la trilogia Dormiveglia, indaga proprio quello stato in cui il corpo è in stasi, disteso, in totale rilassamento. In quel momento il talamo spegne gradualmente i sensi (tranne l’olfatto), ma il cervello resta attivo. Questa generazione di immagini oniriche mi affascina, specialmente considerando l’attività elettrica cerebrale: le onde Theta che emettiamo nel sonno semi-profondo sono le stesse dello stato di meditazione.
La cosa incredibile è che se sogno di fare un salto, si attivano le stesse aree cerebrali che userei per farlo da sveglia. Questo annulla la linea di confine tra la percezione della veglia e il mondo della stasi corporea.
Martina: Che rapporto personale e artistico hai con Venezia?
Matilde: È un rapporto viscerale, essendo nata e cresciuta qui. In questo momento siamo nella mia casa-studio a Murano, dove sono tornata da circa un anno e mezzo dopo aver vissuto in diverse città e nazioni. Sono tornata per bisogno di tranquillità e per un ritmo che qui è più naturale e corporeo, meno legato alla pulsazione architettonica frenetica di altri luoghi.
Venezia è cambiata molto. Quando me ne sono andata, nove anni fa, la sentivo stretta come ogni isola. Oggi la vedo trasformata in positivo. È molto più cosmopolita e internazionale di quanto si creda; c’è un flusso continuo di persone e generazioni diverse. Credo molto nel potenziale di questo territorio e nella necessità di restare per costruire qualcosa, invece di scappare. Siamo in un momento di cambio di marea.
Martina: Che consiglio daresti a un artista all’inizio del percorso, specialmente nei momenti di blocco?
Matilde: Il consiglio che do dal cuore è quello di fare più esperienze di residenza artistica possibili. È un mondo in cui è facile perdersi, ma il confronto con chi ha già intrapreso questo percorso è fondamentale. Le residenze sono fucine di idee, ti trovi circondato da artisti che fanno cose completamente diverse dalle tue, e questo ti costringe a riposizionarti.
Consiglio anche di condividere lo studio. Soprattutto nei primi anni, avere compagni con cui parlare è pane per la mente. Quando sei bloccato, il dialogo aiuta ad alleggerire il carico e a fermare il flusso di pensieri negativi. I dubbi sono necessari, sono un motore.
Infine, non bisogna aver timore di avvicinare artisti più affermati.
Bisogna cercarli nei festival, nelle mostre, scrivergli una mail. Sono esseri umani, anzi, sono animali anche loro (ride). Alla peggio non riceverai risposta, ma a me è capitato spesso di ricevere feedback positivi, di finire a prendere un caffè o di essere presentata a un curatore. Il nostro è un ambiente di contatti umani, non di biglietti da visita. E poi, viaggiate: le residenze sono uno strumento essenziale per uscire dai propri confini.
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