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Venezia non come mito, ma come scelta pratica e quotidiana: l’intervista a Marta Magini

Venezia non come mito, ma come scelta pratica e quotidiana: l'intervista a Marta Magini

Il secondo appuntamento di Studio Visit Venezia è dedicato a Marta Magini (Senigallia 1995), è artista e performer che vive e lavora a Venezia da otto anni. Il suo arrivo in città non nasce da un’immagine idealizzata, ma da una scelta formativa: l’università come punto di partenza, la città come scoperta progressiva. Venezia diventa casa solo col tempo, attraverso l’esperienza quotidiana e un modo di stare che si costruisce giorno dopo giorno.

In questo secondo appuntamento di Studio Visit Venice parliamo di acqua come condizione corporea, di oscillazione come stato fisico e mentale, di spazi liminali che sfuggono all’immaginario iconico della città. Dal movimento involontario dell’imbarcadero alle passeggiate a Tronchetto e Santa Marta, il racconto di Marta restituisce una Venezia vissuta in accordo con ciò che accade, più che dominata o spiegata.

Restare o andarsene non è una scelta netta, ma un processo aperto. Un dialogo che attraversa corpo, spazio e tempo, restituendo un modo possibile di abitare la città oggi.

Martina: Come ti descriveresti in prima battuta, se dovessi farti conoscere? Chi è Marta Magini?

Marta: Sono un artista e performer, sono nata in un paese nel centro delle Marche, in collina, non lontano dal mare. Sono cresciuta lì, in quel contesto, e poi otto anni fa, sono venuta qua a Venezia. Mi occupo soprattutto di arte visiva e performativa; provo a fare questo lavoro insieme a tante altre cose che è necessario fare, per sostenersi. 

Martina: Quando è nato e come è nato il tuo legame con Venezia?

Marta: È nato otto anni fa, come dicevo, perché una volta conclusa la triennale ho deciso di iscrivermi alla magistrale di Arti Visive allo Iuav e di conseguenza ho scelto di trasferirmi qui, con una scarsissima conoscenza della città in cui mi stavo spostando.

È stata quindi una scelta legata all’università, perché in quel momento del mio percorso, mi è sembrato che quel corso di studi rispondesse in maniera abbastanza coerente con le necessità che avevo e con ciò che mi interessava approfondire e studiare. A posteriori mi rendo conto di quanto poco sapessi di Venezia (ero stata qualche volta in Biennale, sapevo poco altro); non avevo effettivamente idea di cosa significasse vivere qui, e forse non mi ero nemmeno posta la questione prima di arrivarci. 

Si, quindi è nato così. 

Martina: Cosa ne pensi del fatto che questa città conserva delle fragilità legate all’acqua, rappresenta per te un punto di forza o di debolezza? 

Marta: Chiaramente la presenza dell’acqua è in parte motivo di fragilità per questa città, per una serie di ragioni tra cui il riscaldamento globale, ma non solo. Il modo in cui l’acqua è presente qui è mi affascina molto, lo sappiamo quanto singolare sia questa condizione urbana, e allo stesso tempo mi accompagna nel modo di vivere questa città.

Penso spesso e mi piace l’idea che la presenza dell’acqua ci suggerisca un modo di stare nella città e soprattutto con la città. Se penso che quando salgo su un imbarcadero il mio corpo si stia veramente muovendo di riflesso, involontariamente e quindi per via del moto dell’acqua mi sembra un’immagine che mi dice molto di come influisca sul modo di pensare e stare in questa città. 

Tra l’altro leggevo recentemente questo libro di Tim Ingold, che si chiama Corrispondenze, in cui lui tenta di “corrispondere” con le cose attraverso la scrittura: corrisponde con gli oceani, con i paesaggi, le foreste, le opere d’arte. Quando parla di “corrispondere con le cose” si riferisce non all’interazione con le cose (che è una relazione tra) ma piuttosto al procedere in accordo con le cose, che è un po’ un modo di dire che le cose non succedono in mezzo, ma insieme.

E inoltre dice una cosa sulle città che mi piace molto rispetto all’idea di mutevolezza e irrisolutezza di cui l’acqua ci ricorda. “Far pace col mare”, dice ad un certo punto: “Dovremo alzare bandiera bianca, cercando una riconciliazione tra la regola della ragione astratta e il materiale del “tempo atmosferico” (weather-world) nel quale siamo destinati a vivere. Potrà mai la città fare pace col mare.” Mi piace questa idea di fare pace, di essere in accordo con. (estratto dal libro Tim Ingold, Corrispondenze, Raffaello Cortina Editore, 2021). 

Martina: C’è un luogo a Venezia che rappresenta per te una fonte di ispirazione? Cosa conservi dentro di te di questa città? 

Marta: Forse quello che ho appena detto è già gran parte di quello che tengo con me, un pensiero che mi accompagna nel vivere questa città. Suonerà probabilmente banale a chi conosce bene questa città, ma per me Zattere è un luogo importante. È una pseudo spiaggia veneziana, è un luogo in cui passo volentieri del tempo, forse perché da lì sei tentata a guardare l’orizzonte, ma poi l’orizzonte non c’è, c’è la Giudecca al suo posto, ma nonostante questo è un luogo che favorisce uno stato di contemplazione e riflessione che mi piace, riequilibra. Mi sembra sempre un luogo in cui si va per curarsi da qualcosa. 

Per me però è anche d’ispirazione la Venezia che spesso consideriamo a torto poco veneziana. Farmi le passeggiate a Tronchetto mi entusiasma tantissimo, come pure nella zona qui di Santa Marta, tutta l’area liminale che arriva poi a Piazzale Roma, da cui si vede Marghera, dove ci sono i vecchi binari e si rivedono le automobili. Passare per quelle zone , mi rimette coi piedi per terra, mi rifà mettere in prospettiva la città e mi fa ricordare dov’è che vivo, un luogo ben più complesso della cartolina che siamo solite raccontare.

Martina: Venezia è una città che porta con sé storia, bellezza e isolamento. Come influisce tutto questo sul tuo lavoro?

Marta: È una domanda che mi mette in difficoltà nel senso che mi rendo conto che vivendo qui da molti anni sono in qualche misura assuefatta alla sua storia e alla sua bellezza. Ormai è la mia vita, è un posto che chiamo casa, Venezia è molto più normale nella mia percezione e nella mia concezione di quanto non sia per chi la conosce solo per come viene narrata. Detto questo, sicuramente ci sono dei caratteri di Venezia che influiscono sul mio lavoro, o meglio che riconosco affini al mio modo di lavorare e quindi alla mia attitudine.

Ad esempio la questione dell’acqua di cui si parlava prima, tra l’altro ho pensato solo recentemente a quanto questa idea dell’oscillazione su cui lavoro da tempo sia in risonanza, con questa città, con l’immagine dell’imbarcadero di cui parlavamo, per esempio. È un tratto di vicinanza al lavoro che faccio, al corpo che oscilla, al corpo che dondola, al corpo che non è mai totalmente fermo, ma che forse, in definitiva, non va da nessuna parte. 

Ad un certo punto potrei essermi riconosciuta affine a una serie di caratteri, della città ed è anche il motivo per cui mi piace vivere qua, nonostante una serie di difficoltà. Affianco al caos del turismo (le masse, l’affollamento, il chiasso), rimane comunque la possibilità del silenzio di certe zone della laguna, dell’apertura sull’orizzonte, di una certa desolazione notturna; sono atmosfere che mi servono e che qui esistono.

Martina: Perché restare a Venezia, o perché andarsene?


Marta: Restare perché è una città-paese, Venezia è piccolissima. Restare perché è anche una città con un’offerta culturale che in un paese si trova a fatica. Restare perché se Venezia è  morta, lo è esattamente quanto tutte le altre città. Restare perché Venezia non è morta. Restare perché ci sono affetti. Restare finché c’è una casa. Andarsene,  ci sarebbero anche molti motivi buoni per andarsene. Andarsene perché è poco sostenibile, sotto vari punti di vista. Restare perché ci pensavo prima, ma è un pensiero nuovo, quindi non sono sicura, ma ho come la sensazione che rispetto ad altre città non ci sia davvero un modello per noi giovani , che facciamo questo lavoro.

Come se noi tante persone, della nostra generazione, che negli anni abbiamo deciso e stiamo decidendo di vivere qui, è come se ci inventassimo ogni giorno il modo per farlo. Chiaramente non è vero, non è così, non siamo i primi a fare nulla, eppure mi pare che il sentimento diffuso sia proprio quello di un grande numero di persone che si inventano via via modi di stare in una città di cui si continua a dire che non ha più speranza. È come se si fosse tutti immersi in un processo di costante ricerca di come e di quale sia il modo per poter fare le cose qui. È come se fosse da inventare, e questa cosa mi piace. Ma capirò meglio questo pensiero.

“Ad un certo punto potrei essermi riconosciuta affine a una serie di caratteri, della città ed è anche il motivo per cui mi piace vivere qua, nonostante una serie di difficoltà.” - Marta Magini

Intervista a cura di Martina Giagnolini 

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