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Quando la ragione crolla: Goya e l’estetica dell’ansia contemporanea

Dalla Quinta del Sordo al Rumore Bianco: l’evoluzione dell’assedio mentale

Mentre Jacques-Louis David consolidava il potere napoleonico con opere neoclassiche, Francisco Goya sabotava l’idea stessa di bellezza istituzionale, una deriva solitaria che avrebbe ridefinito i confini nell’arte occidentale.

Tra il 1819 e il 1823, tra le mura della “Quinta del Sordo”, Goya compiva un atto di scardinamento dei canoni trasformando una modesta casa di campagna alla periferia di Madrid in un perimetro d’assedio mentale.

Il silenzio assoluto in cui viveva Goya, causato dalla sua sordità profonda, agì da catalizzatore. Senza il suono del mondo esterno, le immagini presero il sopravvento, facendosi viscerali, materiche, quasi violente. Dipingere la “Quinta del Sordo” significava per Goya estroflettere il proprio trauma, vedere il fallimento della ragione nel sangue delle guerre.

Tuttavia, tra il silenzio della “Quinta del Sordo” e il frastuono del mondo contemporaneo, oggi il paradigma si è ribaltato. L’urgenza creativa non scaturisce più dall’isolamento, ma da una condizione di continua esposizione nella scena artistica, dove per un artista emergente il confronto e la possibilità di non essere immediatamente compresi diventano parte del processo.

Operare nel “troppo pieno” di una realtà esterna diventata caotica significa abitare uno spazio dove la consapevolezza estrema del collasso ecologico, della polarizzazione politica e di un mercato dell’arte spesso compiacente, premiano la sicurezza commerciale a scapito del tormento autentico.

L’eredità del Nero: guardare nell’abisso per resistere al presente

Le Pitture Nere sono nate da una necessità viscerale, quella di dare corpo a un’instabilità che la ragione illuminista non riusciva più a contenere. Una perdita di controllo che non abita più solo la psiche individuale, ma trasuda dagli oggetti che produciamo e dalle immagini che consumiamo. Se Goya ha avuto il coraggio di guardare Saturno che divora i suoi figli, l’artista di oggi compie un atto di resistenza simile non voltando lo sguardo dall’abisso.

Il diritto alla fragilità: rivendicare l’ombra in un sistema trasparente

Oggi, per un giovane artista, muoversi controcorrente significa confrontarsi con un sistema che, spesso inconsciamente, richiede leggibilità, velocità di fruizione e una certa “estetica della trasparenza”. Rappresentare qualcosa di “diverso” dalle logiche del consenso non significa negare il sistema, ma rivendicare il diritto a una complessità che non può essere ridotta a un formato standard.

Se il nostro presente è segnato da fratture profonde, l’arte che sceglie di non “riparare” forzatamente queste crepe con una bellezza di superficie sta compiendo un gesto di profonda fedeltà verso il reale. È la ricerca di un linguaggio che sappia ospitare l’inquietudine senza tradirla, preferendo una verità scomoda alla rassicurazione di un’armonia di facciata.

Goya ci insegna che l’artista ha il diritto di abitare l’ombra quando la luce del mondo diventa falsa. L’arte resta l’unico spazio in cui possiamo permetterci di essere “rotti” per tornare a essere veri.

Se i mostri di Goya nascevano dal silenzio e dall’isolamento, i nostri sembrano proliferare nel rumore bianco della connessione perenne. In un sistema che premia solo ciò che è rassicurante, abbiamo ancora il coraggio di rivendicare il valore della nostra ombra, o abbiamo paura che, guardandoci dentro, non troveremo nient’altro che il vuoto che cerchiamo disperatamente di riempire?

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